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Pio V, Napoleone I, Vittorio Emanuele II, Casalcermelli e il cavolo

Genialità rurale, ironia squisita, diplomazia, golosità: ciò arricchisce l’aneddoto delizioso lambito dal Re Vittorio Emanuele II di Savoia e dall’eredità trasferita sul suolo alessandrino dal Papa Pio V e poi dal condottiero còrso Napoleone Bonaparte per immortalare la memoria.

La storiella nasce alla periferia di Casalcermelli alla Cascina dei Frati abitata dalla comunità di monaci domenicani aggregata alla basilica di Santa Croce a Bosco (al convento è stato altresì allestito l’ospizio per reduci dalle battaglie napoleoniche) e invisa ai cittadini appiccicati al privilegio concesso dalle tre famiglie latifondiste indigene (Cermelli, Straneo, Trotti) e intimoriti dalla mole di risorse già donata ai monaci. Il vino deliziava il Consiglio parrocchiale (cioè il prete e quattro frati domenicani) riunito di venerdì alla casa canonica e stimolava a violare le regole monastiche rigorose: l’avance azzardata dal team di monaci alticci sulle donne maritate incrociate al viaggio di ritorno alla dimora rurale è stata il preludio al convivio predisposto dal vescovo Giuseppe Capecci (diocesi di Alessandria) per riconciliare la rappresentanza municipale di Casalcermelli ai fabbricieri (qui l’ironia è stata la fucina per l’assonanza sottile ”fra’ bicchieri”) iscritti al Consiglio parrocchiale.

L’epilogo alla missione di pace riuscita muoveva la comunità di frati a proporre alle tre famiglie latifondiste di destinare ai cittadini il reddito esclusivo sulla mietitura successiva al primo raccolto annuale eseguito sul suolo di Casalcermelli (80% di terreno vitato cioè colture perenni e poca acqua: la rete irrigua incrociava soltanto la riva destra al torrente Orba). Intorno alla festività di San Giovanni Battista (24 giugno) sulla stoppia residua dalla mietitura di grano (qui la cerealicoltura è l’unica specialità alternata) cresceva la varietà di cavolo verza più saporito e, dal 1950, relegato all’orto di casa poiché insidiato dallo scambio di tipologie ibride. La semenza, fuori dal mercato, è risorta dalla volontà di cinque agricoltori decisiva per portare la comunità Cavolo di San Giovanni alla fiera di San Baudolino. Oggi l’ortaggio è iscritto all’Arca Slow Food e insignito di denominazione comunale d’origine (DeCO).

Il Re Vittorio Emanuele II di Savoia intervenuto alla battuta di caccia a Casalcermelli scorgeva la cavolaia enorme e, così, univa la formula ”Paese di cavoli” all’area municipale casalcermellese distesa sulla riva sinistra al torrente Orba.